Ieri ho avuto l’occasione, ben prima di quanto pensavo sarebbe capitato, di fare un giro a Eataly Roma, aperto da pochi giorni.

Il primo impatto è stato devastante: oddìo, Ikea!, mi son detto appena varcata la soglia. Poi, man mano che mettevo a fuoco le differenze, quest’impressione si andava indebolendo, pur senza mai svanire del tutto, e resta ancora la migliore descrizione che posso darne. Da quel che avevo letto e sentito, mi aspettavo un ambiente più caldo ed accogliente, simile a quello di una salumeria, di un panificio, di un negozietto specializzato in alimentari; invece qui dominavano il chiaro e il trasparente, che danno un’impressione di grande asetticità, simle a quella che ci si aspetterebbe in un ospedale. Immagino che sia un effetto voluto, non mi meraviglierebbe se in quest’età di grande paranoia nei confronti delle condizioni igieniche qualcuno abbia pensato che questa fosse l’impressione più importante da dare; a me personalmente dà fastidio, mi dà una sensazione di distanza, nonostante il personale sia sempre molto cortese e cordiale!

Pur essendo consapevole della grande quantità di punti di ristoro e ristoranti veri e propri, non mi ero reso conto che occupassero la maggior parte dello spazio: in effetti, mi aspettavo che la selezione di prodotti in vendita fosse più ampia, di scoprire prodotti ignoti e mai visti prima. Probabilmente ero condizionato da quei negozi specializzati dove la scelta è ampliata anche dalla presenza di prodotti legati a culture gastronomiche straniere, mentre da Eataly ovviamente tutti i prodotti sono italiani. Ciononostante, mi sembra che la gamma di prodotti non sia vastissima, tanto è vero che sono riuscito a uscire dal centro commerciale (posso chiamarlo così, vero?) esclusivamente con una cassa d’acqua 😉

Vista l’ora pomeridiana, ci siamo limitati a uno spuntino al cosiddetto “ristorante frutta”, dove io ho preso un gelato e la mia amica una granita, e poi a un caffè al bar del secondo piano; ci è sembrato tutto ottimo e a prezzo di mercato. Ho occhieggiato con curiosità i vari punti ristoro, in particolare riservandomi di fare un giro in futuro al banco del vino alla mescita, che può essere accompagnato, nella migliore tradizione, con pane, salame e formaggio; e al punto ristoro con salumi e formaggio, dove ho adocchiato dei taglieri molto interessanti.

Insomma, è verosimile che ci tornerò occasionalmente, ma non credo frequentemente; ma non per i colori degli ambienti e la non amplissima selezione di prodotti, quanto per alcuni aspetti dello spirito di Eataly che mi hanno lasciato perplesso. Mi spiegherò con un esempio. Quando sono passato al settore panificazione, dietro una lastra di vetro erano visibili tre giovanotti alacremente impegnati al lavoro. La prima cosa che mi sono chiesto è stata come mi sarei sentito io, al loro posto, a lavorare dietro una lastra di vetro, davanti a una folla di passaggio; l’effetto era ai miei occhi molto diverso dai ristoranti in cui si possono ammirare i cuochi al lavoro, forse perché la mancanza di collegamento diretto tra le richieste dei clienti e il lavoro effettuato mi faceva pensare a una catena di montaggio. Poi mi è venuto da chiedermi se i giovani avrebbero lavorato allo stesso modo nel caso non fossero stati visibili al pubblico, come se nella loro alacrità ci fosse qualcosa di artificioso: da ignorante delle tecniche di panificazione, non so se ci fosse un motivo tecnico che imponesse di lavorare velocemente, o se, appunto, fosse un artificio.

Certo mi è difficile immaginare un fornaio “classico” che alle quattro del mattino preparasse i panini con lo stesso ritmo di quei tre giovani dipendenti di Eataly; anche perché il nostro fornaio tradizionale, con la sua clientela limitata a una certa zona, non ha grande interesse a incrementare la produzione. Il bacino di utenza di Eataly, con i suoi venti punti ristoro e la sua enorme notorietà, è probabilmente il più ampio che un forno abbia mai avuto in Italia; e la qualità del prodotto, date le competenze della catena e la qualità delle materie prime, è probabilmente tra le migliori d’Italia, e quindi del mondo.

Purtroppo io consumo pochissimo pane, e non lo compro quasi mai, per cui non ho potuto fare un confronto di prezzi; ma se devo basarmi sulla media di altri prodotti del supermercato, mi aspetto che anche il prezzo del pane non sia particolarmente più basso della media di quello di qualità analoga venduto in altri negozi. Pure, con le economie di scala sull’acquisto della materia prima, il lavoro a catena, lo stimolo per i lavoratori derivante dalla presenza di un pubblico che li guarda costantemente, ci si aspetterebbe che il prezzo fosse molto più basso.  C’è quindi evidentemente un margine maggiore, che va invece a costituire i guadagni dei proprietari della catena: del resto, è ben noto che i supermercati e i centri commerciali prosperano grazie a questi fattori di scala che consentono loro di schiacciare la concorrenza, e così quello che una volta era il gudagno di molti ora diventa la ricchezza di pochi, aumenta il numero di poveri e la ricchezza si concentra. La novità di Eataly è che i rivali non sono più i piccoli negozi di alimentari generici, ma i negozietti specializzati, come il forno, il pizzicagnolo o la norcineria. Certo, non c’è da aspettarsi che spariscano tanto presto; in una città come Roma ci vorrebbero probabilmente non uno, ma dieci punti vendita di Eataly per coprire tutto il tessuto cittadino. Ciononostante, non posso dire di amare particolarmente l’estensione di questa tendenza alla gastronomia specializzata, sia pure ancora in fase embrionale.

Continuando sulla stessa linea di pensiero, non posso fare a meno di pensare che i fornai di una volta, o almeno quelli molto bravi, dovevano essere persone che amavano il loro lavoro, l’idea di preparare un prodotto di qualità che venisse apprezzato dai loro clienti, il rapporto umano quando questi venivano a fare i loro acquisti, le espressioni di stima, i complimenti, e finanche i ritmi invertiti delle giornate.  E un apprendista poteva sognare di avere un giorno un forno proprio, e godere delle stesse gioie del suo maestro. E anche se non per tutti era così, comunque il loro lavoro <i>poteva avere</ un certo tipo di gioia, di soddisfazione, di amore. Ma per i giovani lavoranti di Eataly non ci sono soddisfazioni, perché il loro lavoro è una catena di montaggio, non differente da quella di un’industra automobilistica, e il massimo della loro aspirazione può essere quella di arrivare a salire un gradino nella gerarchia, e smettere così di fare il lavoro che hanno imparato.

Un altro elemento che mi ha lasciato perplesso è la possibilità di estraniare completamente un prodotto dal contesto socioculturale in cui è stato inventato ed è sempre stato servito. Nel negozio di Eataly Roma sono presenti, tra le altre cose, una produzione di mozzarelle di bufala casertana, una trattoria tradizionale romana e una friggitoria siciliana. Non so quanto questi prodotti siano riproducibili in luoghi lontani dalla loro terra di origine: da campano che ha vissuto dieci anni a Napoli, non posso fare a meno di notare come i prodotti più tipici della città, la pizza, le sfogliatelle, il caffè, siano risultati impossibili da riprodurre con la stessa qualità in altri luoghi. Assumiamo pure che questo sia possibile per i prodotti sopra indicati: siamo sicuri che abbia un senso consumare i piatti tipici della gastronomia romana in un ambiente asettico come quello di Eataly, o mangiare in un centro commerciale un cartoccio di fritti, concepito per essere mangiato passeggiando per un paesino abbarbicato sul mare, ?  Non so se considerazioni analoghe siano applicabili agli altri due tipi di prodotto, ma non mi meraviglierebbe, li ho citati solo per consentire ad altri di fare le loro considerazioni.

Insomma, non posso dire di essere entusiasta. Eataly si inserisce nell’onda d’urto delle grandi catene che distruggono i piccoli concorrenti, concentrando così quello che una volta era il guadagno di molti in un numero molto più ristretto di proprietari; e nel contempo sradica i prodotti tradizionali e li trapianta in contesti dove è possibile perdano di senso, e trasforma in operai quelli che una volta erano lavoratori specializzati.

Non ditemi che non si può far nulla per fermare questa tendenza. Forse è vero, forse no; in ogni caso, io volevo solo indicarla, e magari farla notare a qualcun altro.

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