Io non sono cristiano. Non sono nemmeno musulmano, ebreo, buddhista o induista. Ma più di tutto, non sono cattolico: il “rigetto” verso il culto in cui ci si è formati è probabilmente, insieme alla sua acritica accettazione, l’atteggiamento religioso più diffuso; ed effettivamente per molti anni ha definito molto bene il mio atteggiamento verso la Chiesa vaticana e i suoi dogmi. Ma con gli anni, complice anche l’inevitabile sia pur non continuo confronto con persone di fede cattolica, ho iniziato a essere più tollerante; e ho iniziato a trovarmi nella situazione piuttosto originale di non essere né cattolico, né anticattolico, né indifferente: mi sforzo di capire il punto di vista dei credenti, sulla base degli assunti di fede che conosco, quando non capisco cerco di farmi spiegare quelli che non conosco, e sono soddisfatto quando si arriva all’identificazione del punto cruciale, dell’assunto di fede incontestabile che io non condivido e non potrò mai accettare.

Gustav Doré, Paradiso, Canto XIX

Gustav Doré per il Paradiso ha abbondantemente utilizzato figure angeliche, persino per comporre l'immagine dell'aquila, nonostante Dante la descriva esplicitamente come formata da piccole luci.

Il dogma dell’infallibilità papale è probabilmente quello che mi urta maggiormente, insieme alla negazione della redenzione tramite un rapporto personale con Dio (o con il divino, come preferirei dire io) e alla necessità dell’intermediazione della Chiesa per la salvezza individuale. Al terzo posto a pari merito, seguenti quasi in un movimento dialettico il punto precedente, ci sono l’idea di “peccato originale” e il ruolo dei sacramenti, in particolare del battesimo. Trovo assolutamente privo di senso, dal punto di vista spirituale, che un rito in cui non intervenga la volontà dell’interessato sia condizione necessaria perché sia accolto in Paradiso; ancora più assurda trovo l’idea che le anime dei giusti vissuti prima di Cristo siano dannate (o condannate a una qualche sorta di Limbo, del quale però non vi è traccia nel Catechismo della Chiesa cattolica), laddove tanti bigotti privi di ogni spirito vitale sarebbero invece accolti in Paradiso. Non riesco proprio ad accettare una visione del genere.

E nemmeno Dante, a quanto pare. Nei Canti XIX e XX del Paradiso il nostro sommo Poeta si trova nel cielo degli spiriti giusti; percepibili alla sua vista come punti luminosi, essi si dispongono a formare la figura di un’aquila, simbolo appunto della giustizia, che comunicherà con Dante tramite un’unica voce. E il poeta chiede che gli sia chiarita la questione che a lui sta più a cuore, vale a dire, come si può considerare giusta la condanna di una persona che non abbia conosciuto la fede cristiana:

ché tu dicevi: “Un uom nasce a la riva
de l’Indo, e quivi non è chi ragioni
di Cristo né chi legga né chi scriva;

e tutti suoi voleri e atti buoni
sono, quanto ragione umana vede,
sanza peccato in vita o in sermoni.

Muore non battezzato e sanza fede:
ov’ è questa giustizia che ’l condanna?
ov’ è la colpa sua, se ei non crede?”

La risposta dell’aquila si articola secondo un percorso accidentato che va dall’enunciazione spassionata del dogma alla sua sminuzione.  L’imperscrutabilità della volontà e della giustizia divina viene immediatamente enunciata, e tornerà spesso nel discorso; ciononostante, subito dopo l’aquila afferma che nel giudizio finale potranno esserci Persiani ed Etiopi più vicini a Cristo di quanto molti che in vita hanno professato la loro fede a voce alta, ma ipocritamente. Sembrerebbe quindi che per Dante in fin dei conti il rapporto personale con Dio, quello che abbiamo nel cuore, conti più del battesimo.

L'Imperatore Traiano.

La conferma eclatante arriva nel XX Canto, quando vengono presentati i sei spiriti del cielo di Giove più elevati nella dignità divina, che formano la figura dell’occhio dell’aquila. Il re ebrei David ed Ezechia, l’imperatore romano Costantino, Guglielmo II re di Sicilia non destano particolare meraviglia: ma la presenza degli altri due personaggi ha il sapore dell’eresia: uno è un personaggio minore dell’Eneide, Rifeo, definito “sommamente giusto” da Virgilio, ma comunque solo rapidamente nominato tra coloro che caddero in battaglia; l’altro è l’imperatore romano Traiano che, pur essendo vissuto dopo Cristo, non aveva potuto conoscerne la religione.

La presenza di questi due spiriti meraviglia sommamente Dante, che si lascia sfuggire un’esclamazione di stupore: «Che cose son queste?», con gran compiacimento dell’aquila, che poi gli spiega il modo in cui i due pagani, sia pur sommamente giusti, sono stati salvati, in una sequenza di terzine che io trovo tra le  più commoventi e dolci della Cantica.

L’anima di Traiano, racconta l’aquila, fu tratta dall’Inferno dopo la morte e riportata in vita in un nuovo corpo, in modo da potersi convertire e salvare; in questo racconto Dante si ispira a una leggenda, avallata dallo stesso San Tommaso d’Aquino, secondo cui questo miracolo sarebbe stato possibile grazie alle preghiere di papa Gregorio Magno. Rifeo, invece, ricevette l’illuminazione della redenzione futura direttamente per ispirazione divina, rientrando in questo modo nel novero dei “credenti in Cristo venturo”, unico non ebreo in tutta la Commedia.

Entrambe le modalità di salvezza mi sono sembrate molto interessanti, perché introducono elementi estranei al cattolicesimo nella cosmologia dantesca, che ai miei occhi risulta così più ricca, più interessante e più accettabile. Traiano, sia pur per intervento papale, ha ottenuto nientemeno che una reincarnazione, laddove nel cattolicesimo il percorso delle anime è sempre, inevitabilmente, attraverso una sola vita. Ancora più notevole il caso di Rifeo, che si è elevato per suoi meriti personali; i commentatori tendono in genere a mettere in evidenza la necessità dell’intervento diretto della misericordia divina nell’illuminarlo, ma è chiaro che non si tratta di una grazia gratuita, bensì di una ricompensa. Dante stesso, del resto, lo dice esplicitamente ai versi 94-99, forse i più belli del Canto, un po’ convoluti per chi non sia abituato al linguaggio della Commedia ma dall’interpretazione indiscussa:

Regnum celorum vïolenza pate
da caldo amore e da viva speranza,
che vince la divina volontate:

non a guisa che l’omo a l’om sobranza,
ma vince lei perché vuole esser vinta,
e, vinta, vince con sua beninanza.

In prosa: il Regno dei cieli si lascia fare violenza dall’amore e dalla speranza dell’uomo, che vincono la volontà divina; non come tra gli uomini, che si sovrastano l’un l’altro, ma accettando di propria volontà di essere vinta, e, una volta vinta, vincendo a sua colta con la sua benevolenza. Il primo movimento, quindi, è sempre quello dell’amore e della speranza, che vengono dalle creature e dal loro libero arbitrio. Così, nella salvezza di Traiano gioca un ruolo fondamentale l’elevatezza del suo spirito, come pure la volontà del papa di salvare la sua anima; e la salvezza di Rifeo è causata in primo luogo dalla nobiltà del suo animo, che sola poteva attrarre la benevolenza divina. La volontà umana e il libero arbitrio, dunque, possono andare al di là dei dogmi, per lo meno nella concezione dantesca.

Non c’è motivo di ritenere, naturalmente, che i casi di Traiano e di Rifeo siano unici: è verosimile al contrario che vi siano altri spiriti che hanno subito percorsi speciali, concettualmente simili se non altro nell’essenza.

Anche questa concezione, diciamo così, un po’ più “liberale” dei dogmi cattolici non è sufficiente ai miei occhi: permane comunque un’inaccettabile asimmetria per cui, a fronte della responsabilità individuale di un uomo di nome Adamo, la salvezza è enormemente difficile per tutti gli uomini precedenti l’avvento di Cristo, a meno che naturalmente non siano nati nel popolo eletto, e molto più facile per quelli nati successivamente. Questa catena di eventi —Eden, caduta, redenzione tramite Cristo— è un assunto di fede del cattolicesimo; Dante ne rende meno rigide le conseguenze, ma non può né vuole stravolgerlo.

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