“Or dì a fra Dolcin dunque che s’armi,
tu che forse vedra’ il sole in breve,
s’ello non vuol qui tosto seguitarmi,

sì di vivanda, che stretta di neve
non rechi la vittoria al Noarese,
ch’altrimenti acquistar non saria leve”.

Poi che l’un piè per girsene sospese,
Mäometto mi disse esta parola;
indi a partirsi in terra lo distese.

Nella lettura della Divina Commedia che sto godendomi con un gruppo su Anobii sono arrivato al XXVIII Canto dove, tra i “seminatori di scisma e discordia”, troviamo tra gli altri la figura di Maometto. Nel nostro periodo storico immagino sia poco politicamente corretto ricordare che Dante pone il fondatore dell’Islam all’Inferno, tra le anime più nere e vittima di una delle pene più terribili; i commentatori in genere lo “giustificano” in base alla prospettiva storica, ricordando come nel Medioevo corresse la leggenda secondo la quale Maometto avesse operato uno scisma del cristianesimo su istigazione di un alto prelato per il rancore della sua mancata elezione al papato, o addirittura tale alto prelato fosse egli stesso. Qui però non voglio discutere della figura di Maometto nella Commedia, ma solo dell’ultima terzina (vv. 61–63).

Molto probabilmente non vi avrei notato nulla di strano, se non avessi acquistato una seconda edizione della Commedia, una riedizione a cura del gruppo La Repubblica–L’Espresso della classica edizione con i commenti ai versi di Giovanni Reggio e le introduzioni ai canti di Umberto Bosco. Infatti, a proposito di questi versi l’edizione che ho utilizzato finora, curata completamente da Anna Maria Chiavacci Leonardi, si limitava al seguente veloce commento:

«61. Poi che l’un piè…: quando aveva già sospeso in aria un piede per andar oltre, e allontanarsi da me.»

Molto opportunamente il canto XXVIII è stato il primo per il quale ho letto anche i commenti della nuova edizione in mio possesso. Umberto Bosco, autore delle introduzioni ai canti, così commenta il passaggio:

«…non si deve insistere sull’immagine finale, che potrebbe sembrare ed è sembrata grottesca, di Maometto col piede alzato (si dice) come un ballerino, che si affretta a profetare la fine miserevole d’un suo piccolo collega in scismi, fra Dolcino. In verità, Maometto non alza il piede a mezz’aria, ma lo solleva quel tanto che è necessario per riprendere il cammino; e il poeta, coma ha ben visto il Fubini, vuol sottolineare solo la rapidità, direi anzi l’istantaneità con cui Maometto, appena sentito che Dante tornerà al mondo, pensa di mandare a Dolcino un’ambasciata-profezia. Vero è però che una volta tanto l’operazione espressiva non riesca al poeta: la figurazione che ne deriva sembra effettivamente nata da scherno.»

Nelle note ai versi, invece, Giovanni Reggio scrive:

«61. sospese: aveva sollevato. Sembra un po’ strano e anche un po’ grottesco che Maometto faccia questo discorso, che dura evidentemente per un certo tempo, rimanendo con un piede sospeso in aria e posandolo solo dopo aver terminato di parlare. Si dovrà pensare col D’Ovidio che Maometto, muovendosi per andare, abbia già alzato il tallone di un piede e appoggi le dita: ma sentito che Dante è vivo, si arresti in quella posizione, per compiere il passo solo dopo che ha terminato il suo discorso. Cfr. Virgilio, Aen. VI 547: “Tantum effatus et in verbo vestigia torsit” (“Ciò detto, si volse pronunciando queste parole”). Ma la rappresentazione dantesca, pur ispirandosi a quella rapida e sintetica di Virgilio, è un po’ infelice. Di qui si volle trarre lo spunto per sottolineare un’intenzione comica o grottesca, che in realtà manca. Vedi Introduzione

Insomma, Chiavacci Leonardi ritiene il passaggio di poca importanza; Bosco e Reggio invece sostengono che la terzina voglia solo sottolineare la rapidità delle parole, ma che per fare questo Dante incorra in una involontaria caduta di stile, o forse che volesse rendere grottesca la figura di Maometto.

Il problema è evidente. Ho provato a leggere le due terzine della profezia con la cadenza più appropriata per una lettura dantesca, impiegandovi quasi 16 secondi. Poi ho provato a leggerla il più velocemente possibile, ma mi sono pur sempre stati necessari almeno 7 secondi; tenere il piede sollevato, o anche solo il tallone, per un tempo simile, è decisamente innaturale. Ora, io sono andato sempre più convincendomi che nella Commedia non vi sia nulla di casuale, che ogni parola abbia il suo peso, ogni scena un suo significato; inoltre lo stile di Dante è di una sintesi e una pregnanza che non hanno uguali, riuscendo talvolta a condensare in tre parole, in mezzo verso, descrizioni che in prosa richiederebbero spiegazioni lunghissime. Neanche per un momento sono riuscito a credere che la terzina sia priva di significato; la figura di Maometto non ha fino a quel punto nulla di comico o grottesco, e sembra difficile credere che Dante abbia voluto aggiungere questo elemento proprio all’atto del suo congedo.

Il dubbio mi ha quindi incuriosito per tutta la giornata in cui ho letto il canto. La mattina dopo, al risveglio, prima ancora di mettere i piedi per terra, e tornando con i pensieri ai sogni della note, come spesso faccio la mattina, mi è tornata invece alla mente la terzina; e subito, come un lampo, il significato mi è divenuto chiaro, per una di quelle ispirazioni che solo il sogno ci sa dare. Mi è venuto spontaneo chiedermi se altri commentatori avessero espresso idee simili all’intuizione che mi aveva colpito; non possedendo altre edizioni, e non avendo modo di passare in biblioteca, ho consultato alcune edizioni reperibili online. Si tratta di volumi sui quali il diritto d’autore è scaduto da tempo, resi disponibili in forma di immagini da Google books: il commento di Fra Baldassarre Lombardi del 1791, quello di Pietro Fraticelli del 1860, e ancora quello celebre di Niccolò Tommaseo del 1837; tutti e tre hanno completamente ignorato questa terzina, che in effetti è di una chiarezza tale da rendere pressoché ridondante il commento di Chiavacci Leonardi.

laprofeziadicluracanForse gli antichi avevano maggiore familiarità con i fenomeni di chiaroveggenza. Immaginiamo che nell’episodio non sia ritratto lo spirito di un morto, ma un essere vivente con il dono della profezia; nell’atto di camminare viene evocato il talento della chiaroveggenza, oppure l’entità che effettivamente è in grado di profetizzare prende il controllo; il corpo si blocca, la profezia viene pronunciata, e immediatamente dopo le normali funzionalità corporee riassumono il controllo. Si tratta di una raffigurazione comune per gli oracoli; ne riporto una a me cara, proveniente ovviamente da The Sandman, in cui è rappresentato un personaggio ricorrente, Cluracan, nell’atto di predirre la morte a un tiranno che ha assunto sia il potere temporale che il potere spirituale nella sua città. Nella sua situazione, la pronuncia della profezia è per Cluracan del tutto inopportuna, tanto che verrà imprigionato e riuscirà a fuggire solo grazie a un imprevedibile aiuto; ma la sua facoltà oracolare prende il controllo e interviene suo malgrado.

La facoltà della divinazione non è mai stata considerata un dono, ma sempre una maledizione o quanto meno un peso. Per gli spiriti dell’Inferno dantesco questo è tanto più vero in quanto essi ricordano il passato e possono vedere il futuro, ma non hanno coscienza del presente; l’Inferno è quindi l’esatto opposto dell’Illuminazione.

Fino all’episodio di Maometto, le visioni del futuro dei dannati avevano riguardato Dante stesso, o persone legate in maniera più o meno diretta a loro stessi; nel caso di Maometto, invece, l’unico elemento comune tra il fondatore dell’Islam e fra Dolcino, capo della setta degli Apostolici, era (secondo Dante) la loro qualità di scismatici; non sembra quindi esserci alcun motivo perché Maometto debba voler comunicare un tale vaticinio. Dante ha quindi voluto offrire un’immagine di involontarietà della profezia, essendo la facoltà divinatoria del dannato stata risvegliata dalla consapevolezza di trovarsi di fronte un vivo, in grado di portare un messaggio ad altri vivi.


La Divina Commedia a cura di U. Bosco e G. Reggio: © Gruppo Editoriale L’Espresso SpA, su licenza Mondadori Education SpA. Estratti pubblicati ai sensi dell’art. 70, Legge 22 aprile 1941 n. 633.
La Divina Commedia a cura di A. M. Chiavacci Leonardi: © Arnoldo Mondadori Editore SpA. Estratti pubblicati ai sensi dell’art. 70, Legge 22 aprile 1941 n. 633.
The Sandman: © DC Comics inc., a division of Warner Bros., a Time Company. Immagine inserita ai sensi del  titolo 107 del Copyright Act USA del 1976 (fair use).
Il copyright sulla Divina Commedia è scaduto prima delle moderne leggi sul copyright, per cui il testo è liberamente riproducibile (ad esempio su wikisource).

Annunci