“…di cento mani è la mia forza
e cento occhi fanno a noi la guardia
tu sei da solo…”

Banco del Mutuo Soccorso, Cento mani e cento occhi

Non ho mai capito il calcio.

Da Internet.

Immagino per le donne sia più facile considerare il fenomeno spassionatamente; ci provino, se possibile, anche gli uomini appassionati di calcio. A un certo punto della vita, tipicamente nell’infanzia, si sceglie la squadra del cuore: molti si limitano a scegliere quella della propria città, alcuni hanno il lusso di poter scegliere tra due (Roma e Lazio, Torino e Juventus, Milan e Inter, Genoa e Sampdoria); altri ancora, e sono la maggioranza, scelgono una delle grandi, qualcuna che dia la soddisfazione di tante glorie, presenti o passate. A questa squadra si resta fedeli per tutta la vita (salvo il fenomeno dei voltabandiera, interessante ma che va al di là dell’argomento di questo articolo), si dedica una passione maggiore di quella che si profonde alle donne, si spende una quantità notevole di soldi, ad essa si legano gioie e dolori. Che cosa ci dà, in fondo, una squadra di calcio? Quale nostro bisogno profondo soddisfa?

Immaginiamo il discorso tra i tifosi di due squadre tra cui si sia appena svolta una partita: eh, noi abbiamo giocato meglio, ma voi avete avuto più fortunanoi abbiamo avuto quell’occasione al 35°voi avete sbagliato quel rigore… e così di seguito. Noi, per la persona che parla, significa innanzitutto i giocatori e io; non a caso la squadra è composta da undici persone — una in meno della perfezione del dodici. Poi, volendo, questo noi può ricomprendere anche tutti gli altri tifosi, l’allenatore, il presidente, i dirigenti della Società calcistica, insomma tutta la comunità che ruota intorno alla squadra; un noi un po’ più ampio, che somiglia a molti dei noi cui, come membri della società, non possiamo fare a meno di appartenere.

Questi noi sono tanti, e l’appartenenza ad alcuni è obbligata: non posso decidere, ad esempio, di non fare più parte della cittadinanza italiana, e neppure, più in piccolo, del condominio in cui possiedo un appartamento. C’è il noi della famiglia, che alcuni percepiscono come rassicurante, altri come oppressivo; c’è il noi della categoria lavorativa, quello del genere, quello delle associazioni cui sono iscritto, quello delle comunità web che frequento… alcuni li ho scelti, altri mi sono stati imposti: ma resta sempre mio privilegio  decidere di usare, per parlarne, la parola noi, e sta alla mia sensibilità decidere in che misura sentirmene parte.

Io sono un individualista. Aborro i noi cui sono costretto ad appartenere: di alcuni riconosco l’utilità, ma mai mi sognerei di usare la parola noi per parlarne; sono una delle rare persone che non dice noi quando gioca la squadra di calcio italiana (la Nazionale per antonomasia…) e quando parla dell’entità astratta per cui lavora. Di alcuni noi faccio meno fatica a sentirmi parte: costituiscono titoli preferenziali a tal fine la piccola dimensione, l’informalità, la virtualità e, più di tutti, l’appartenenza per libera scelta. Da questo punto di vista capisco uno dei pregi dei noi calcistici: ciascuno sceglie liberamente la squadra cui appartenere, è una scelta individuale e indiscutibile. In questo caso, i difetti che me li rendono odiosi sono i fondamenti della loro esistenza, la competizione e la contrapposizione tra gruppi: sono elementi che istintivamente aborrisco, e che razionalmente associo alla guerra, alla contrapposizione tribale, al campanilismo; non li capisco, non li sento miei, mi danno ripulsa.

La consapevolezza dell’esistenza dei noi e la presa di distanza  da essi permette di riservare un trattamento analogo a una loro conseguenza pressoché inevitabile: il potere. I noi richiedono di essere coordinati: una tribù ha bisogno di un capo, un condominio di un amministratore, un partito o una nazione di un’organizzazione gerarchica. Il potere è il controllo che i coordinatori esercitano sul noi: controllo indiscutibile per chiunque voglia far parte di esso. Se un singolo individuo discute il potere, non ha altra scelta che abbandonare il noi, laddove possibile; nel caso delle nazioni, non può far altro che emigrare (sempre che gli sia consentito), oppure pagarne il fio. Se ci sono gruppi molto forti che non accettano il potere in un noi nazionale, si rischia la rivoluzione, e qualcuno dei noi verrà disgregato.

Il noi non è il potere che lo controlla. Non ci sogneremmo mai di confondere  un condominio con il suo amministratore o una squadra di calcio con i dirigenti che la gestiscono, però spesso confondiamo una nazione con il suo governo, un sindacato con i suoi dirigenti, un partito con la sua struttura organizzativa. Non è un caso che questa confusione nasca soprattutto con le entità politiche: sono quelle in cui il potere è più palese, e che quindi anche persone non particolarmente individualiste guardano con sospetto.

Un noi è un po’ essere vivente, un po’ macchina. Il nostro corpo è formato da cellule: quello di un noi è formato da persone. La sua volontà ha due componenti principali: quella delle persone che detengono il potere (un noi nel noi), e quella di tutti i suoi costituenti. Non ha una coscienza, ma ha capacità di azione. Non è immortale, ma la sua vita può estendersi sull’arco di molte generazioni umane. È una divinità, una creatura artificiale, un mostro. Noi siamo Borg. Ogni resistenza è futile. Sarete assimilati.

La ricetta per non essere assimilati, controllati da un noi è facile: bisogna riconoscerlo, fare attenzione a non usare la parola noi, parlarne in terza persona, usare quanto più possibile i pronomi singolari, io e tu; rifiutarsi di riconoscerne l’esistenza, fare come se non ci fosse, senza un’opposizione attiva, che sarebbe controproducente. Resistere è futile, la via di fuga è cambiare consapevolezza.

Annunci