Intendiamoci: a ciascuno di noi piace sentirsi speciale. È un modo per assicurarsi di essere vivo, di essere reale.

Per qualcuno è facile: le belle donne, le persone ricche e/o fortunate, i campioni e le campionesse dello sport, attori e attrici famosi, giornalisti, scrittori…

Noi altri dobbiamo arrangiarci come possiamo.

Possiamo convincerci di avere una delle virtù che rendono speciali, e che quello che ci difetta non sia importante. Ad esempio, possiamo convincerci di essere belli o brillanti come e più dei personaggi famosi, che però sono stati più fortunati, o raccomandati; è un’ottima scusa, per molti funziona egregiamente, e contiene almeno una parte di verità: per avere fama o successo non basta una sola capacità.

Oppure possiamo inventarci delle doti che nessuno riconosce, tranne noi. Io personalmente amo fare così. La mia dote preferita, da parecchi mesi, è quella di essere andato oltre il mio addestramento all’utilizzo della razionalità, avendone riconosciuto i limiti e i vincoli; ora la uso solo quando serve (per scrivere programmi, per far di conto, e poco altro). Quando comunico, in particolare, cerco di farlo con il cuore e con la pancia, piuttosto che con la testa. A volte mi lascio andare alla mia vecchia abitudine, quella di dissezionare i discorsi, analizzare le frasi e le parole una per una, mettere in fila le risposte, contarle per assicurarmi che non ne manchi nessuna, ma in genere ci metto poco ad accorgermene; allora giro un interruttore nella testa —parlo di quello che spegne la razionalità—, e torno alle mie nuove abitudini.

Sono rimasto sorpreso di quanto poco serva la razionalità, di quanto sia limitato il suo ruolo nella vita quotidiana. I suoi sostenitori vi diranno che la razionalità ha prodotto la scienza, quindi la tecnologia, e il nostro comodo stile di vita moderno — riferendosi, naturalmente, a quello diffuso in Europa, negli Stati Uniti e in pochi altri posti non molto affollati, come il Canada e l’Australia, e tralasciando come un dettaglio il problema della sua insostenibilità per più di sei miliardi di persone. Io adoro la tecnologia, in particolare quella che serve a far comunicare le persone, dal telegrafo ai cellulari, passando per il telefono e Internet; ma è solo uno strumento, ciò che è interessante è la comunicazione. Quanto alla scienza… provate a leggere le opere non scientifiche di un grande scienziato (Albert Einstein e Richard Feynman sono due ottime scelte), e vi accorgerete che a muoverlo era una profonda passione, un moto del cuore e dell’anima, il desiderio di conoscenza, e che la razionalità per lui era solo uno strumento. Un grande scienziato utilizza la razionalità come mero strumento tecnico per sistematizzare ciò che l’intuito gli ha suggerito; e alla fine si ferma a contemplare con il cuore e l’anima la bellezza di ciò che ha scoperto. La tecnologia, figlia un po’ tonta della scienza, ha effettivamente plasmato il mondo moderno — nel bene e nel male, soprattutto nel male. La tecnologia nelle mani della razza umana è come un paio di forbici in mano a un bambino: apre nuove prospettive creative, ma anche distruttive e autolesioniste.

La razionalità è uno strumento a dir poco limitato, da usare con intelligenza, quando serve, in ambiti appropriati. Provate ad applicare la razionalità ai rapporti di amicizia e di amore, e smetterete di amare. Provate a scrivere un romanzo con la sola razionalità, e il risultato sarà privo di vita. Provate a usare la razionalità per le vostre scelte di vita, e vi troverete in situazioni sempre più contorte.

A volte il miglior approccio a una situazione è un pizzico di razionalità, un’abbondante dose di intuito, un pochino di sentimento, e intelligenza quanta basta; altre volte le proporzioni variano, ma la dose di razionalità è generalmente piuttosto bassa — tranne che nelle fasi più tecniche di alcuni settori tecnici e scientifici, dove può raggiungere punte del 95%. Le ricette per gli articoli su queste pagine varieranno, ma, tranne in casi particolari, la dose di razionalità sarà sempre piuttosto bassa. Siete avvisati!

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