Avete mai sognato di volare? A me capita spessissimo, in passato è stato per me uno dei modi più comuni per iniziare un sogno lucido (“non posso volare da sveglio!”). Nei sogni della scorsa notte mi è successo di nuovo, ma, curiosamente, per i primissimi secondi mi sono detto “ahhh, ma allora posso volare anche da sveglio, non solo in sogno!”. Poi però ho portato maggior attenzione sulle mie percezioni e mi sono reso conto che stavo sognando… ma il sogno non è diventato propriamente lucido, è rimasto solo consapevole. Ed è durato pochissimo. È chiaro che in questa fase della mia vita i sogni lucidi non giocano una grande importanza [peccato 😦 ].

Ho raccontato questo sogno, pochi giorni fa, in un gruppo privato di facebook in cui parliamo di sogni; e immediatamente dopo ho aggiunto: La distinzione tra sogni consapevoli e lucidi è un po’ difficile da spiegare, per chi non ne abbia esperienza… se vi interessa posso provare ad approfondire, ma non sono sicuro di riuscirci 😉

Ovviamente mi è stato chiesto di spiegare, il che mi ha costretto a riflettere, e quindi a teorizzare qualcosa sui sogni lucidi che sono certo di non aver mai letto, ma ovviamente non posso sapere se qualcuno abbia detto prima di me!

Un sogno consapevole, come si può facilmente immaginare, è un sogno in cui sei consapevole di star sognando. In un sogno lucido, la consapevolezza porta con sé una sensazione di gioia esaltata che non si può descrivere a parole: ti senti pieno di energie, vivo come non mai, più sveglio che nella veglia, ti sembra di poter fare qualsiasi cosa… e spesso lo fai: voli, apri le porte infilando un dito nella serratura a mò di chiave, passi attraverso i muri, trasformi a tuo piacimento l’ambiente del sogno. E queste sono solo alcune delle cose che ho fatto io, non dubito che altri sognatori lucidi abbiano fatto altre cose impossibili: cambiare sesso, fermare un treno con la forza bruta, passeggiare sulla superficie del sole, parlare con i defunti, viaggiare nel tempo…

È difficile spiegare a chi non ne abbia mai fatti l’esaltazione che i sogni lucidi portano. Credo che nessuno degli autori di articoli sui sogni lucidi che ho letto abbia considerato la teoria che sto per esprimere, perché nessuno spende più di poche parole su questa esaltazione: vi accennano brevemente, a mò di giustificazione verso chi non la conosca, e poi proseguono diritto verso le tecniche per facilitare la lucidità onirica, probabilmente assumendo che la loro platea si ridurrà ai sognatori lucidi, più forse qualche curioso.

La chiave mi è venuta ripensando alle mie esperienze di lucidità onirica, ormai lontane negli anni: nonostante il tempo passato, mi sono reso conto che sarebbero potute essere accadute la notte scorsa, perché nel sogno, nonostante tutta la mia lucidità, non avevo il minimo ricordo delle mie esperienze della veglia. Proprio come nella veglia non ricordiamo i nostri sogni, nei sogni non ricordiamo nulla della veglia; ma, laddove nei sogni usuali la cosa non è sorprendente, dato lo stato di assopimento della nostra consapevolezza, nei sogni lucidi la cosa è degna di nota. Mi sono immediatamente sentito sicuro di questa impossibilità di ricordare, perché sapevo bene che più e più volte avevo cercato di pensare, da sveglio, a cosa fare nel prossimo sogno lucido, ma, al contrario di altri esperimenti, questo non mi era mai riuscito. Eppure, ricordo bene come mi sentivo me stesso, molto più di quanto lo fossi nella veglia: libero, senza problemi, senza pesi, senza vincoli, senza stress, completamente privo di ogni sovrastruttura…

…in effetti, molto più me stesso nel sogno lucido che in qualsiasi altro stato di coscienza: ovviamente più che nel sonno profondo o nel sogno usuale, decisamente molto più che nella veglia, e certamente più che nelle più riuscite delle mie sessioni di meditazione.

Chiaramente le due cose sono legate: nel sogno lucido ti senti te stesso fino in fondo perché non hai le sovrastrutture della tua coscienza da sveglio. E sono proprio queste sovrastrutture ad allontanarti da te stesso, a stressarti, a renderti infelice, a farti soffrire; è contro di esse che la religione, la meditazione, la psicologia, tutti i percorsi di crescita interiore cercano di indicare una via; la liberazione da esse conduce ai Campi Elisi, al Regno dei Cieli, al Janna. Il Paradiso è dentro di te, e consiste nel ritrovare te stesso.

Il sogno lucido è quindi una scorciatoia, un modo di percepire immediatamente che tu non sei ciò che pensi  di essere, ma sei un essere puro e potente, e che il tuo stato naturale è la felicità. Il sogno lucido è una sorta di Illuminazione. Un’Illuminazione che, purtroppo, non puoi portarti dietro al risveglio, e che anzi rischia di lasciarti con un po’ di amaro in bocca; però ha il potere di indicare una via, anche a chi non abbia il minimo interesse spirituale. Un sogno lucido, se ne comprendiamo la sostanza, è un’Iniziazione spontanea.

Ieri ho avuto l’occasione, ben prima di quanto pensavo sarebbe capitato, di fare un giro a Eataly Roma, aperto da pochi giorni.

Il primo impatto è stato devastante: oddìo, Ikea!, mi son detto appena varcata la soglia. Poi, man mano che mettevo a fuoco le differenze, quest’impressione si andava indebolendo, pur senza mai svanire del tutto, e resta ancora la migliore descrizione che posso darne. Da quel che avevo letto e sentito, mi aspettavo un ambiente più caldo ed accogliente, simile a quello di una salumeria, di un panificio, di un negozietto specializzato in alimentari; invece qui dominavano il chiaro e il trasparente, che danno un’impressione di grande asetticità, simle a quella che ci si aspetterebbe in un ospedale. Immagino che sia un effetto voluto, non mi meraviglierebbe se in quest’età di grande paranoia nei confronti delle condizioni igieniche qualcuno abbia pensato che questa fosse l’impressione più importante da dare; a me personalmente dà fastidio, mi dà una sensazione di distanza, nonostante il personale sia sempre molto cortese e cordiale!

Pur essendo consapevole della grande quantità di punti di ristoro e ristoranti veri e propri, non mi ero reso conto che occupassero la maggior parte dello spazio: in effetti, mi aspettavo che la selezione di prodotti in vendita fosse più ampia, di scoprire prodotti ignoti e mai visti prima. Probabilmente ero condizionato da quei negozi specializzati dove la scelta è ampliata anche dalla presenza di prodotti legati a culture gastronomiche straniere, mentre da Eataly ovviamente tutti i prodotti sono italiani. Ciononostante, mi sembra che la gamma di prodotti non sia vastissima, tanto è vero che sono riuscito a uscire dal centro commerciale (posso chiamarlo così, vero?) esclusivamente con una cassa d’acqua 😉

Vista l’ora pomeridiana, ci siamo limitati a uno spuntino al cosiddetto “ristorante frutta”, dove io ho preso un gelato e la mia amica una granita, e poi a un caffè al bar del secondo piano; ci è sembrato tutto ottimo e a prezzo di mercato. Ho occhieggiato con curiosità i vari punti ristoro, in particolare riservandomi di fare un giro in futuro al banco del vino alla mescita, che può essere accompagnato, nella migliore tradizione, con pane, salame e formaggio; e al punto ristoro con salumi e formaggio, dove ho adocchiato dei taglieri molto interessanti.

Insomma, è verosimile che ci tornerò occasionalmente, ma non credo frequentemente; ma non per i colori degli ambienti e la non amplissima selezione di prodotti, quanto per alcuni aspetti dello spirito di Eataly che mi hanno lasciato perplesso. Mi spiegherò con un esempio. Quando sono passato al settore panificazione, dietro una lastra di vetro erano visibili tre giovanotti alacremente impegnati al lavoro. La prima cosa che mi sono chiesto è stata come mi sarei sentito io, al loro posto, a lavorare dietro una lastra di vetro, davanti a una folla di passaggio; l’effetto era ai miei occhi molto diverso dai ristoranti in cui si possono ammirare i cuochi al lavoro, forse perché la mancanza di collegamento diretto tra le richieste dei clienti e il lavoro effettuato mi faceva pensare a una catena di montaggio. Poi mi è venuto da chiedermi se i giovani avrebbero lavorato allo stesso modo nel caso non fossero stati visibili al pubblico, come se nella loro alacrità ci fosse qualcosa di artificioso: da ignorante delle tecniche di panificazione, non so se ci fosse un motivo tecnico che imponesse di lavorare velocemente, o se, appunto, fosse un artificio.

Certo mi è difficile immaginare un fornaio “classico” che alle quattro del mattino preparasse i panini con lo stesso ritmo di quei tre giovani dipendenti di Eataly; anche perché il nostro fornaio tradizionale, con la sua clientela limitata a una certa zona, non ha grande interesse a incrementare la produzione. Il bacino di utenza di Eataly, con i suoi venti punti ristoro e la sua enorme notorietà, è probabilmente il più ampio che un forno abbia mai avuto in Italia; e la qualità del prodotto, date le competenze della catena e la qualità delle materie prime, è probabilmente tra le migliori d’Italia, e quindi del mondo.

Purtroppo io consumo pochissimo pane, e non lo compro quasi mai, per cui non ho potuto fare un confronto di prezzi; ma se devo basarmi sulla media di altri prodotti del supermercato, mi aspetto che anche il prezzo del pane non sia particolarmente più basso della media di quello di qualità analoga venduto in altri negozi. Pure, con le economie di scala sull’acquisto della materia prima, il lavoro a catena, lo stimolo per i lavoratori derivante dalla presenza di un pubblico che li guarda costantemente, ci si aspetterebbe che il prezzo fosse molto più basso.  C’è quindi evidentemente un margine maggiore, che va invece a costituire i guadagni dei proprietari della catena: del resto, è ben noto che i supermercati e i centri commerciali prosperano grazie a questi fattori di scala che consentono loro di schiacciare la concorrenza, e così quello che una volta era il gudagno di molti ora diventa la ricchezza di pochi, aumenta il numero di poveri e la ricchezza si concentra. La novità di Eataly è che i rivali non sono più i piccoli negozi di alimentari generici, ma i negozietti specializzati, come il forno, il pizzicagnolo o la norcineria. Certo, non c’è da aspettarsi che spariscano tanto presto; in una città come Roma ci vorrebbero probabilmente non uno, ma dieci punti vendita di Eataly per coprire tutto il tessuto cittadino. Ciononostante, non posso dire di amare particolarmente l’estensione di questa tendenza alla gastronomia specializzata, sia pure ancora in fase embrionale.

Continuando sulla stessa linea di pensiero, non posso fare a meno di pensare che i fornai di una volta, o almeno quelli molto bravi, dovevano essere persone che amavano il loro lavoro, l’idea di preparare un prodotto di qualità che venisse apprezzato dai loro clienti, il rapporto umano quando questi venivano a fare i loro acquisti, le espressioni di stima, i complimenti, e finanche i ritmi invertiti delle giornate.  E un apprendista poteva sognare di avere un giorno un forno proprio, e godere delle stesse gioie del suo maestro. E anche se non per tutti era così, comunque il loro lavoro <i>poteva avere</ un certo tipo di gioia, di soddisfazione, di amore. Ma per i giovani lavoranti di Eataly non ci sono soddisfazioni, perché il loro lavoro è una catena di montaggio, non differente da quella di un’industra automobilistica, e il massimo della loro aspirazione può essere quella di arrivare a salire un gradino nella gerarchia, e smettere così di fare il lavoro che hanno imparato.

Un altro elemento che mi ha lasciato perplesso è la possibilità di estraniare completamente un prodotto dal contesto socioculturale in cui è stato inventato ed è sempre stato servito. Nel negozio di Eataly Roma sono presenti, tra le altre cose, una produzione di mozzarelle di bufala casertana, una trattoria tradizionale romana e una friggitoria siciliana. Non so quanto questi prodotti siano riproducibili in luoghi lontani dalla loro terra di origine: da campano che ha vissuto dieci anni a Napoli, non posso fare a meno di notare come i prodotti più tipici della città, la pizza, le sfogliatelle, il caffè, siano risultati impossibili da riprodurre con la stessa qualità in altri luoghi. Assumiamo pure che questo sia possibile per i prodotti sopra indicati: siamo sicuri che abbia un senso consumare i piatti tipici della gastronomia romana in un ambiente asettico come quello di Eataly, o mangiare in un centro commerciale un cartoccio di fritti, concepito per essere mangiato passeggiando per un paesino abbarbicato sul mare, ?  Non so se considerazioni analoghe siano applicabili agli altri due tipi di prodotto, ma non mi meraviglierebbe, li ho citati solo per consentire ad altri di fare le loro considerazioni.

Insomma, non posso dire di essere entusiasta. Eataly si inserisce nell’onda d’urto delle grandi catene che distruggono i piccoli concorrenti, concentrando così quello che una volta era il guadagno di molti in un numero molto più ristretto di proprietari; e nel contempo sradica i prodotti tradizionali e li trapianta in contesti dove è possibile perdano di senso, e trasforma in operai quelli che una volta erano lavoratori specializzati.

Non ditemi che non si può far nulla per fermare questa tendenza. Forse è vero, forse no; in ogni caso, io volevo solo indicarla, e magari farla notare a qualcun altro.

Io non sono cristiano. Non sono nemmeno musulmano, ebreo, buddhista o induista. Ma più di tutto, non sono cattolico: il “rigetto” verso il culto in cui ci si è formati è probabilmente, insieme alla sua acritica accettazione, l’atteggiamento religioso più diffuso; ed effettivamente per molti anni ha definito molto bene il mio atteggiamento verso la Chiesa vaticana e i suoi dogmi. Ma con gli anni, complice anche l’inevitabile sia pur non continuo confronto con persone di fede cattolica, ho iniziato a essere più tollerante; e ho iniziato a trovarmi nella situazione piuttosto originale di non essere né cattolico, né anticattolico, né indifferente: mi sforzo di capire il punto di vista dei credenti, sulla base degli assunti di fede che conosco, quando non capisco cerco di farmi spiegare quelli che non conosco, e sono soddisfatto quando si arriva all’identificazione del punto cruciale, dell’assunto di fede incontestabile che io non condivido e non potrò mai accettare.

Gustav Doré, Paradiso, Canto XIX

Gustav Doré per il Paradiso ha abbondantemente utilizzato figure angeliche, persino per comporre l'immagine dell'aquila, nonostante Dante la descriva esplicitamente come formata da piccole luci.

Il dogma dell’infallibilità papale è probabilmente quello che mi urta maggiormente, insieme alla negazione della redenzione tramite un rapporto personale con Dio (o con il divino, come preferirei dire io) e alla necessità dell’intermediazione della Chiesa per la salvezza individuale. Al terzo posto a pari merito, seguenti quasi in un movimento dialettico il punto precedente, ci sono l’idea di “peccato originale” e il ruolo dei sacramenti, in particolare del battesimo. Trovo assolutamente privo di senso, dal punto di vista spirituale, che un rito in cui non intervenga la volontà dell’interessato sia condizione necessaria perché sia accolto in Paradiso; ancora più assurda trovo l’idea che le anime dei giusti vissuti prima di Cristo siano dannate (o condannate a una qualche sorta di Limbo, del quale però non vi è traccia nel Catechismo della Chiesa cattolica), laddove tanti bigotti privi di ogni spirito vitale sarebbero invece accolti in Paradiso. Non riesco proprio ad accettare una visione del genere.

E nemmeno Dante, a quanto pare. Nei Canti XIX e XX del Paradiso il nostro sommo Poeta si trova nel cielo degli spiriti giusti; percepibili alla sua vista come punti luminosi, essi si dispongono a formare la figura di un’aquila, simbolo appunto della giustizia, che comunicherà con Dante tramite un’unica voce. E il poeta chiede che gli sia chiarita la questione che a lui sta più a cuore, vale a dire, come si può considerare giusta la condanna di una persona che non abbia conosciuto la fede cristiana:

ché tu dicevi: “Un uom nasce a la riva
de l’Indo, e quivi non è chi ragioni
di Cristo né chi legga né chi scriva;

e tutti suoi voleri e atti buoni
sono, quanto ragione umana vede,
sanza peccato in vita o in sermoni.

Muore non battezzato e sanza fede:
ov’ è questa giustizia che ’l condanna?
ov’ è la colpa sua, se ei non crede?”

La risposta dell’aquila si articola secondo un percorso accidentato che va dall’enunciazione spassionata del dogma alla sua sminuzione.  L’imperscrutabilità della volontà e della giustizia divina viene immediatamente enunciata, e tornerà spesso nel discorso; ciononostante, subito dopo l’aquila afferma che nel giudizio finale potranno esserci Persiani ed Etiopi più vicini a Cristo di quanto molti che in vita hanno professato la loro fede a voce alta, ma ipocritamente. Sembrerebbe quindi che per Dante in fin dei conti il rapporto personale con Dio, quello che abbiamo nel cuore, conti più del battesimo.

L'Imperatore Traiano.

La conferma eclatante arriva nel XX Canto, quando vengono presentati i sei spiriti del cielo di Giove più elevati nella dignità divina, che formano la figura dell’occhio dell’aquila. Il re ebrei David ed Ezechia, l’imperatore romano Costantino, Guglielmo II re di Sicilia non destano particolare meraviglia: ma la presenza degli altri due personaggi ha il sapore dell’eresia: uno è un personaggio minore dell’Eneide, Rifeo, definito “sommamente giusto” da Virgilio, ma comunque solo rapidamente nominato tra coloro che caddero in battaglia; l’altro è l’imperatore romano Traiano che, pur essendo vissuto dopo Cristo, non aveva potuto conoscerne la religione.

La presenza di questi due spiriti meraviglia sommamente Dante, che si lascia sfuggire un’esclamazione di stupore: «Che cose son queste?», con gran compiacimento dell’aquila, che poi gli spiega il modo in cui i due pagani, sia pur sommamente giusti, sono stati salvati, in una sequenza di terzine che io trovo tra le  più commoventi e dolci della Cantica.

L’anima di Traiano, racconta l’aquila, fu tratta dall’Inferno dopo la morte e riportata in vita in un nuovo corpo, in modo da potersi convertire e salvare; in questo racconto Dante si ispira a una leggenda, avallata dallo stesso San Tommaso d’Aquino, secondo cui questo miracolo sarebbe stato possibile grazie alle preghiere di papa Gregorio Magno. Rifeo, invece, ricevette l’illuminazione della redenzione futura direttamente per ispirazione divina, rientrando in questo modo nel novero dei “credenti in Cristo venturo”, unico non ebreo in tutta la Commedia.

Entrambe le modalità di salvezza mi sono sembrate molto interessanti, perché introducono elementi estranei al cattolicesimo nella cosmologia dantesca, che ai miei occhi risulta così più ricca, più interessante e più accettabile. Traiano, sia pur per intervento papale, ha ottenuto nientemeno che una reincarnazione, laddove nel cattolicesimo il percorso delle anime è sempre, inevitabilmente, attraverso una sola vita. Ancora più notevole il caso di Rifeo, che si è elevato per suoi meriti personali; i commentatori tendono in genere a mettere in evidenza la necessità dell’intervento diretto della misericordia divina nell’illuminarlo, ma è chiaro che non si tratta di una grazia gratuita, bensì di una ricompensa. Dante stesso, del resto, lo dice esplicitamente ai versi 94-99, forse i più belli del Canto, un po’ convoluti per chi non sia abituato al linguaggio della Commedia ma dall’interpretazione indiscussa:

Regnum celorum vïolenza pate
da caldo amore e da viva speranza,
che vince la divina volontate:

non a guisa che l’omo a l’om sobranza,
ma vince lei perché vuole esser vinta,
e, vinta, vince con sua beninanza.

In prosa: il Regno dei cieli si lascia fare violenza dall’amore e dalla speranza dell’uomo, che vincono la volontà divina; non come tra gli uomini, che si sovrastano l’un l’altro, ma accettando di propria volontà di essere vinta, e, una volta vinta, vincendo a sua colta con la sua benevolenza. Il primo movimento, quindi, è sempre quello dell’amore e della speranza, che vengono dalle creature e dal loro libero arbitrio. Così, nella salvezza di Traiano gioca un ruolo fondamentale l’elevatezza del suo spirito, come pure la volontà del papa di salvare la sua anima; e la salvezza di Rifeo è causata in primo luogo dalla nobiltà del suo animo, che sola poteva attrarre la benevolenza divina. La volontà umana e il libero arbitrio, dunque, possono andare al di là dei dogmi, per lo meno nella concezione dantesca.

Non c’è motivo di ritenere, naturalmente, che i casi di Traiano e di Rifeo siano unici: è verosimile al contrario che vi siano altri spiriti che hanno subito percorsi speciali, concettualmente simili se non altro nell’essenza.

Anche questa concezione, diciamo così, un po’ più “liberale” dei dogmi cattolici non è sufficiente ai miei occhi: permane comunque un’inaccettabile asimmetria per cui, a fronte della responsabilità individuale di un uomo di nome Adamo, la salvezza è enormemente difficile per tutti gli uomini precedenti l’avvento di Cristo, a meno che naturalmente non siano nati nel popolo eletto, e molto più facile per quelli nati successivamente. Questa catena di eventi —Eden, caduta, redenzione tramite Cristo— è un assunto di fede del cattolicesimo; Dante ne rende meno rigide le conseguenze, ma non può né vuole stravolgerlo.

“Or dì a fra Dolcin dunque che s’armi,
tu che forse vedra’ il sole in breve,
s’ello non vuol qui tosto seguitarmi,

sì di vivanda, che stretta di neve
non rechi la vittoria al Noarese,
ch’altrimenti acquistar non saria leve”.

Poi che l’un piè per girsene sospese,
Mäometto mi disse esta parola;
indi a partirsi in terra lo distese.

Nella lettura della Divina Commedia che sto godendomi con un gruppo su Anobii sono arrivato al XXVIII Canto dove, tra i “seminatori di scisma e discordia”, troviamo tra gli altri la figura di Maometto. Nel nostro periodo storico immagino sia poco politicamente corretto ricordare che Dante pone il fondatore dell’Islam all’Inferno, tra le anime più nere e vittima di una delle pene più terribili; i commentatori in genere lo “giustificano” in base alla prospettiva storica, ricordando come nel Medioevo corresse la leggenda secondo la quale Maometto avesse operato uno scisma del cristianesimo su istigazione di un alto prelato per il rancore della sua mancata elezione al papato, o addirittura tale alto prelato fosse egli stesso. Qui però non voglio discutere della figura di Maometto nella Commedia, ma solo dell’ultima terzina (vv. 61–63).

Molto probabilmente non vi avrei notato nulla di strano, se non avessi acquistato una seconda edizione della Commedia, una riedizione a cura del gruppo La Repubblica–L’Espresso della classica edizione con i commenti ai versi di Giovanni Reggio e le introduzioni ai canti di Umberto Bosco. Infatti, a proposito di questi versi l’edizione che ho utilizzato finora, curata completamente da Anna Maria Chiavacci Leonardi, si limitava al seguente veloce commento:

«61. Poi che l’un piè…: quando aveva già sospeso in aria un piede per andar oltre, e allontanarsi da me.»

Molto opportunamente il canto XXVIII è stato il primo per il quale ho letto anche i commenti della nuova edizione in mio possesso. Umberto Bosco, autore delle introduzioni ai canti, così commenta il passaggio:

«…non si deve insistere sull’immagine finale, che potrebbe sembrare ed è sembrata grottesca, di Maometto col piede alzato (si dice) come un ballerino, che si affretta a profetare la fine miserevole d’un suo piccolo collega in scismi, fra Dolcino. In verità, Maometto non alza il piede a mezz’aria, ma lo solleva quel tanto che è necessario per riprendere il cammino; e il poeta, coma ha ben visto il Fubini, vuol sottolineare solo la rapidità, direi anzi l’istantaneità con cui Maometto, appena sentito che Dante tornerà al mondo, pensa di mandare a Dolcino un’ambasciata-profezia. Vero è però che una volta tanto l’operazione espressiva non riesca al poeta: la figurazione che ne deriva sembra effettivamente nata da scherno.»

Nelle note ai versi, invece, Giovanni Reggio scrive:

«61. sospese: aveva sollevato. Sembra un po’ strano e anche un po’ grottesco che Maometto faccia questo discorso, che dura evidentemente per un certo tempo, rimanendo con un piede sospeso in aria e posandolo solo dopo aver terminato di parlare. Si dovrà pensare col D’Ovidio che Maometto, muovendosi per andare, abbia già alzato il tallone di un piede e appoggi le dita: ma sentito che Dante è vivo, si arresti in quella posizione, per compiere il passo solo dopo che ha terminato il suo discorso. Cfr. Virgilio, Aen. VI 547: “Tantum effatus et in verbo vestigia torsit” (“Ciò detto, si volse pronunciando queste parole”). Ma la rappresentazione dantesca, pur ispirandosi a quella rapida e sintetica di Virgilio, è un po’ infelice. Di qui si volle trarre lo spunto per sottolineare un’intenzione comica o grottesca, che in realtà manca. Vedi Introduzione

Insomma, Chiavacci Leonardi ritiene il passaggio di poca importanza; Bosco e Reggio invece sostengono che la terzina voglia solo sottolineare la rapidità delle parole, ma che per fare questo Dante incorra in una involontaria caduta di stile, o forse che volesse rendere grottesca la figura di Maometto.

Il problema è evidente. Ho provato a leggere le due terzine della profezia con la cadenza più appropriata per una lettura dantesca, impiegandovi quasi 16 secondi. Poi ho provato a leggerla il più velocemente possibile, ma mi sono pur sempre stati necessari almeno 7 secondi; tenere il piede sollevato, o anche solo il tallone, per un tempo simile, è decisamente innaturale. Ora, io sono andato sempre più convincendomi che nella Commedia non vi sia nulla di casuale, che ogni parola abbia il suo peso, ogni scena un suo significato; inoltre lo stile di Dante è di una sintesi e una pregnanza che non hanno uguali, riuscendo talvolta a condensare in tre parole, in mezzo verso, descrizioni che in prosa richiederebbero spiegazioni lunghissime. Neanche per un momento sono riuscito a credere che la terzina sia priva di significato; la figura di Maometto non ha fino a quel punto nulla di comico o grottesco, e sembra difficile credere che Dante abbia voluto aggiungere questo elemento proprio all’atto del suo congedo.

Il dubbio mi ha quindi incuriosito per tutta la giornata in cui ho letto il canto. La mattina dopo, al risveglio, prima ancora di mettere i piedi per terra, e tornando con i pensieri ai sogni della note, come spesso faccio la mattina, mi è tornata invece alla mente la terzina; e subito, come un lampo, il significato mi è divenuto chiaro, per una di quelle ispirazioni che solo il sogno ci sa dare. Mi è venuto spontaneo chiedermi se altri commentatori avessero espresso idee simili all’intuizione che mi aveva colpito; non possedendo altre edizioni, e non avendo modo di passare in biblioteca, ho consultato alcune edizioni reperibili online. Si tratta di volumi sui quali il diritto d’autore è scaduto da tempo, resi disponibili in forma di immagini da Google books: il commento di Fra Baldassarre Lombardi del 1791, quello di Pietro Fraticelli del 1860, e ancora quello celebre di Niccolò Tommaseo del 1837; tutti e tre hanno completamente ignorato questa terzina, che in effetti è di una chiarezza tale da rendere pressoché ridondante il commento di Chiavacci Leonardi.

laprofeziadicluracanForse gli antichi avevano maggiore familiarità con i fenomeni di chiaroveggenza. Immaginiamo che nell’episodio non sia ritratto lo spirito di un morto, ma un essere vivente con il dono della profezia; nell’atto di camminare viene evocato il talento della chiaroveggenza, oppure l’entità che effettivamente è in grado di profetizzare prende il controllo; il corpo si blocca, la profezia viene pronunciata, e immediatamente dopo le normali funzionalità corporee riassumono il controllo. Si tratta di una raffigurazione comune per gli oracoli; ne riporto una a me cara, proveniente ovviamente da The Sandman, in cui è rappresentato un personaggio ricorrente, Cluracan, nell’atto di predirre la morte a un tiranno che ha assunto sia il potere temporale che il potere spirituale nella sua città. Nella sua situazione, la pronuncia della profezia è per Cluracan del tutto inopportuna, tanto che verrà imprigionato e riuscirà a fuggire solo grazie a un imprevedibile aiuto; ma la sua facoltà oracolare prende il controllo e interviene suo malgrado.

La facoltà della divinazione non è mai stata considerata un dono, ma sempre una maledizione o quanto meno un peso. Per gli spiriti dell’Inferno dantesco questo è tanto più vero in quanto essi ricordano il passato e possono vedere il futuro, ma non hanno coscienza del presente; l’Inferno è quindi l’esatto opposto dell’Illuminazione.

Fino all’episodio di Maometto, le visioni del futuro dei dannati avevano riguardato Dante stesso, o persone legate in maniera più o meno diretta a loro stessi; nel caso di Maometto, invece, l’unico elemento comune tra il fondatore dell’Islam e fra Dolcino, capo della setta degli Apostolici, era (secondo Dante) la loro qualità di scismatici; non sembra quindi esserci alcun motivo perché Maometto debba voler comunicare un tale vaticinio. Dante ha quindi voluto offrire un’immagine di involontarietà della profezia, essendo la facoltà divinatoria del dannato stata risvegliata dalla consapevolezza di trovarsi di fronte un vivo, in grado di portare un messaggio ad altri vivi.


La Divina Commedia a cura di U. Bosco e G. Reggio: © Gruppo Editoriale L’Espresso SpA, su licenza Mondadori Education SpA. Estratti pubblicati ai sensi dell’art. 70, Legge 22 aprile 1941 n. 633.
La Divina Commedia a cura di A. M. Chiavacci Leonardi: © Arnoldo Mondadori Editore SpA. Estratti pubblicati ai sensi dell’art. 70, Legge 22 aprile 1941 n. 633.
The Sandman: © DC Comics inc., a division of Warner Bros., a Time Company. Immagine inserita ai sensi del  titolo 107 del Copyright Act USA del 1976 (fair use).
Il copyright sulla Divina Commedia è scaduto prima delle moderne leggi sul copyright, per cui il testo è liberamente riproducibile (ad esempio su wikisource).

Leggevo, poco prima di iniziare questo articolo,  il capitolo III dei Segreti di Roma di Corrado Augias, dedicato all’assassinio di Giulio Cesare; tre cose in particolare mi hanno colpito. Innanzitutto la figura di Catone l’Uticense, di tale levatura da essere scelto da Dante come custode del Purgatorio. Non dovrebbe meravigliare troppo che Dante abbia posto un pagano suicida, come scrive Augias, in tale ruolo: così come il Purgatorio simboleggia l’ascesa dell’uomo e il superamento dei limiti, il suo guardiano non può che simboleggiare la parte più elevata dell’uomo al di fuori della grazia divina.

imperator1Poi mi ha colpito come i titoli onorifici (sia pure di fondamentale valenza politica e militare) dictator e imperator abbiano nel corso della storia assunto un’accezione sempre più negativa. Il concetto non mi era nuovo, lo avevo già incontrato nel numero 30 di The Sandman di Neil Gaiman, nelle parole dell’imperatore Augusto:

Lycius: «Perché non sei re

Augustus: «Nomi… nomi. Avevano offerto la corona a Giulio Cesare, e lui la rifiutò. È una ragione sufficiente.
I romani sono un popolo orgoglioso. Non si permetterebbero di essere governati da un re.
Così mi faccio chiamare imperator—comandante. Così mi seguono, e mi obbediscono come farebbero con un re.
La gente mi affascina, Lycius.
È entro il mio potere di ridargli una repubblica. Stavo per farlo, due volte, quando ero spaventato e debole

Il richiamo a Ottaviano Augusto è stato il terzo punto che mi ha colpito. Avevo incontrato la figura del primo imperatore romano proprio in Sandman n. 30, dove emergeva appunto da quella di Cesare, che vi faceva tre rapidi apparizioni, nei ricordi di Augusto: ai funerali della madre, di cui Cesare era zio; nella tenda dello stesso Augusto, durante una campagna militare, in una scena indimenticabile nella sua atroce semplicità; e rapidamente nella scena del suo celeberrimo assassinio, quello che dà il titolo al III capitolo del libro di Augias, Quei ventitrè colpi di pugnale. Ma la sua presenza è costante in tutta la storia, un gigante della storia contrapposto allo stesso Augusto.

The Sandman è per me un’opera di importanza sufficiente che da meritare l’acquisto dell’edizione di lusso, The absolute Sandman, grazie alla quale ho avuto modo di notare meglio la sequenza di tre storie battezzata Distant mirrors, che nella prima pubblicazione in volume erano state misteriosamente rimescolate. La storia di Augusto si interpone tra quella di Maximilien de Robespierre nel n. 29  e quella di Joshua Norton nel n. 31; a rendere il parallelo ancora più evidente, i tre numeri hanno titoli di tre mesi in sequenza: Thermidor (l’undicesimo mese del calendario della rivoluzione francese, il cui inizio cadeva il 19 o il 20 luglio), August (il mese che dall’imperatore Augusto ha preso il nome) e Three Septembers and a January. Robespierre è chiaramente la figura più oscura, situata a un livello puramente materialistico:

robespierreJohanna Constantine: «La sua testa fu scagliata nell’Evros, e si narra che ancora chiamasse il nome del suo amore perduto quando raggiunse galleggiando il mare.
Questa è la testa di Orfeo, che ha vinto la morte, e che ora non può morire.»

Robespierre: «Ci prende per dei bifolchi, Johanna?
I miti sono morti. Gli dei sono morti. Gli spettri e i demoni e i fantasmi sono morti.
Esistono solo lo stato e il popolo

In una scena precedente, lo stesso Robespierre aveva esaltato l’«età di pura ragione» creata dalla rivoluaione, in cui i «nomi di dei e re defunti» erano stati cancellati dai nomi dei giorni della settimana e dei mesi, i santi dispersi, le chiese bruciate; così la rivoluzione e il Terrore si fondano sull’illuminismo. Il  contrasto con le parole di Augusto non potrebbe essere più netto:

Augustus: «Non sono un uomo vanitoso, Lycius.»

Lycius: «Non ho detto che lo fossi.»

Augustus: «Questo nome che ho scelto: Augustus. Non è stato scelto per vanità, ma per devozione, nella convinzione che il mio regno sarebbe stato di buon augurio per Roma

Lycius: «Però hai dato il tuo nome a questo mese.Si chiamava sextilus. Ora invece è Agosto. Sei stato tu a farlo.»

Augustus: «Non durerà. Tra un decennio probabilmente questo mese si chiamerà Tiberius
Scriviamo i nostri nomi nella sabbia; e poi le onde arrivano e li lavano via.»

Augusto, secondo Gaiman, basa la sua comprensione del mondo sui libri di profezie e sui misteri eleusini, e su questa comprensione costruisce un impero e pianifica i suoi limiti; così la sua fama attraversa i millenni, e il mese di Agosto ancora porta il suo nome. Robespierre invece nega persino l’evidenza, davanti ai suoi occhi, di una testa recisa che ancora vive e parla e canta, liquidandolo come il trucco di un mago e un oggetto di superstizione.

Joshua Norton apparentemente non ha nulla a che fare con gli altri due. Non è un imperatore o un tiranno: è solo un uomo che, apparentemente impazzito in seguito a un fallimento, si autoproclama Imperatore degli Stati Uniti d’America — nonché, più in là con gli anni, protettore del Messico. Nonostante questo la sua figura ha un innegabile fascino, tanto che la versione inglese di Wikipedia gli dedica un articolo piuttosto serio e lungo; e se la storia ce ne restituisce una figura burlesca, gli abitanti di San Francisco, dove viveva, lo trattavano con stima e affetto. Gaiman ne fa un ritratto affettuoso di una grande dignità umana, che riesce a sfuggire alle insidie della Disperazione, del Delirio e del Desiderio per rimanere tenacemente aggrappato al Sogno, diventando così una guida spirituale per la sua città e, in qualche modo misterioso, per l’intera umanità.

Se Robespierre è talmente calato nella realtà materiale da negare persino l’evidenza dei sensi, e Augusto riconosce l’esistenza di una realtà occulta dalla sua iniziazione eleusina e dalla lettura di libri di misteri, l’Imperatore Norton vive in un mondo occulto: pedina dei giochi di entità che vivono nell’Eternità, evita con semplicità e naturalezza, non scevre da un pizzico di follia, le trappole che gli vengono tese; e continua a perseguire il suo sogno fino alla quarta e ultima Eterna che incontrerà —quella che attende tutti noi—, cui lo legherà un’immediata e istintiva simpatia, e che lo onorerà con l’unico titolo spirituale dell’Ebraismo.

norton_b1Death: «Come ti senti?»

Norton: «Non so… dovevo partecipare a una riunione della Hastings society stasera, poi ho sentito come se qualcosa mi colpisse al petto…
Mi sento molto strano

Death: «Una volta eri ebreo, vero, Joshua? Hai mai sentito la storia dei 36 tzaddikim

Joshua: «Io… non credo.»

Death: «Dicono che il mondo poggi sulle spalle di 36 santi viventi—36 uomini e donne altruisti. È a causa loro che il mondo continua ad esistere.

Sono i re e le regine segreti di questo mondo.»


The Sandman: Copyright© DC Comics inc., a division of Warner Bros., a Time Company. Immagini e traduzioni inserite ai sensi dell’art. 70, Legge 22 aprile 1941 n. 633 e al titolo 107 del Copyright Act USA del 1976 (fair use).

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